Il 22 aprile si è celebrato il 51° Earth Day, la Giornata della Terra, nato nel 1970 con una manifestazione che coinvolse milioni di cittadini americani. In particolare, quest’anno, a tema “Restore the Earth”, incentrandosi su come ripristinare e ristabilire quei processi stravolti dall’uomo nell’ultimo secolo. In questi 50 anni qualcosa si è mosso, come gli accordi sul clima di Tokyo e Parigi e il più recente movimento Friday for Future dimostrano, ma ancora non abbastanza.
Le principali problematiche coinvolgono l’incremento della temperatura media globale (dovuto ai gas serra e causa, tra altre cose, di un rapido scioglimento dei ghiacciai), lo sfruttamento di risorse non rinnovabili e la minaccia di estinzione di diverse specie vegetali e animali, compresa quella umana; non dobbiamo infatti dimenticare che la Terra esisteva prima dell’uomo e continuerà a farlo anche dopo.
La nostra specie invece è fragile, una piccola parte di un ecosistema delicato che fino ad oggi ha permesso la vita e la riproduzione, ma che un domani potrebbe diventare ostile e inospitale. Questi sono i motivi che hanno portato il tema anche all’attenzione dei “potenti”, basti pensare che oggi il clima e l’ambiente hanno raggiunto un interesse tale da riunire Biden, Xi Jinping e Putin (rispettivamente Presidenti di Stati Uniti, Cina e Russia) intorno allo stesso tavolo virtuale. Nel summit, proposto dallo stesso presidente USA, 40 leader politici di tutto il mondo hanno partecipato promettendo il raggiungimento, da parte dei propri paesi, di obiettivi volti a frenare questo epocale cambiamento in atto.
Contemporaneamente, in tutto il mondo, si tenevano manifestazioni nelle piazze e diffusioni di slogan sulle piattaforme streaming.
Nasce spontaneo un quesito, vale più una parola detta da un capo di stato o una manifestazione di una piccola piazza di provincia? Se si pensa al potere decisionale la risposta è scontata. Certo, singole scelte di “potenti” come multinazionali e Stati possono fare la differenza, ma troppo spesso questo ci porta a dimenticare che anche in una piccola piazza di provincia vengono fatte scelte tutti i giorni, dal mezzo col quale ci rechiamo a lavoro al cibo che consumiamo, dai vestiti che indossiamo ai detergenti che utilizziamo.
Il primo passo è quello di sensibilizzare, coinvolgere e portare all’attenzione pubblica certi temi, il secondo passo deve essere quello di agire. Per citare Anne Marie Bonneau, che il 13 aprile ha pubblicato il libro “The zero waste chef”, -We don’t need a handful of people doing zero waste perfectly. We need millions of people doing it imperfectly- ovvero, per quanto imperfetta, l’adesione a comportamenti sostenibili può davvero fare la differenza, ma solo se diventa uno sforzo condiviso e non di soli pochi virtuosi.
Anche perché, ancora una volta, prima di dare troppo valore alle parole pronunciate dai politici sul clima è bene attendere i fatti.
La BBC mentre afferma che Biden ha rilanciato l’impegno degli Stati Uniti con obiettivi ancor più ambiziosi dei precedenti, annuncia anche l'”astensione” di Cina e India, che pur partecipando non hanno promesso nulla di diverso dagli obiettivi già annunciati in passato. Ancor più preoccupante è l’atteggiamento tenuto, come affermato dal The Guardian, da Bolsonaro, che dopo aver promesso di raddoppiare le spese in favore dell’ambiente ha invece approvato un taglio del 24% ai fondi del ministero dell’Ambiente.
In conclusione, se è un nostro dovere agire in seguito alla sensibilizzazione condotta in primis da associazioni e movimenti, è certamente un dovere dei leader politici mantenere fede alla parola data, come ben espresso dal premier britannico Boris Johnson: “Il mondo sia serio negli impegni” .
E’ necessario che questa serietà appartenga tanto ai Politici quanto ai singoli cittadini.
M.C.

