“Se non sai mettere le ciglia finte non sei gay”. Giovane omosessuale nigeriano non ottiene lo status di Rifugiato. La denuncia di Nicolini (Arcigay)

L’omosessualità è considerata un reato in diversi Paesi del mondo. In alcuni i gay rischiano addirittura la condanna all’ergastolo o alla pena di morte. In Nigeria nel 2014 è stata approvata all’unanimità dal parlamento una legge, promulgata dal presidente della Repubblica, Goodluck Jonathan, che prevede il carcere per le persone omosessuali. Nel Codice Penale nigeriano è infatti sancito che: “Ogni persona che abbia congiungimento carnale con altra persona contro l’ordine naturale o permette ad un uomo di avere congiungimento carnale con un uomo o con una donna contro l’ordine naturale è colpevole di un delitto grave e perseguibile di imprigionamento per 14 anni”.

Un ragazzo 27enne è fuggito dalla Nigeria per evitare quei 14 anni di carcere unicamente perchè omosessuale. Ha bussato le porte a un paese che considera democratico e aperto sul tema dei Diritti Civili. Pieno di speranze ha chiesto aiuto all’Italia.
Mai avrebbe pensato che in questo Paese, per decidere se rilasciarti lo status di “Rifugiato” ti avrebbero fatto anche domande come queste: “Come metteva le ciglia finte?”, “Mi spiega meglio come metteva queste ciglia finte?”, “Come faceva a metterle in modo da non farle cadere?”, “Usava uno strumento particolare?”, “Potrebbe spiegarmi come è fatto, anche con un disegno?“.
Domande e risposte che hanno influito sul diniego del riconoscimento dello status di “rifugiato” da parte della Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione internazionale.

Ad aiutarlo e affiancarlo dal 2017, il Gruppo Arcigay Gioconda che attraverso il Presidente Alberto Nicolini ha denunciato la vicenda adoperandosi ora a presentare ricorso versa quella che considerano “un vero e proprio interrogatorio sulle tecniche di make up usate dal ragazzo, cui peraltro ha risposto correttamente e esaustivamente”.

“Se il giudice decidesse di non concedergli lo status di rifugiato -spiega Nicolini- sarebbe buttato fuori dal sistema di accoglienza e si troverebbe per strada come tanti che stiamo seguendo e che sono arrivati da noi dopo esser stati nascosti e diniegati. Perderebbe inoltre anche la possibilità di continuare a lavorare come sta facendo ora”.

“Al di là della storia personale -prosegue il presidente di Arcigay-, c’è da chiedersi come sia possibile che un’audizione in un contesto così delicato, che riguarda uno degli elementi più intimi della persona, possa essere condotta in questo modo”.

Alberto Nicolini

Alla luce dei dubbi che vengono esposti sui social quando si tratta l’argomento, esistono alternative per verificare se un richiedente asilo è realmente gay o finge per ottenerlo? “E’ un lavoro molto complesso -ha risposto Nicolini- basato sull’analisi della credibilità del racconto e degli elementi portati. Richiede grande preparazione da parte delle commissioni, ma anche una consapevolezza molto “occidentale” per la persona che si presenta, e in tutto questo le associazioni lgbti serie possono essere un collegamento forte. Ma non se poi arriva uno a fare l’interrogatorio sul piegaciglia. A quel punto non serve più nulla, manco io otterrei il documento”.

E il ragazzo come sta? Come sta vivendo ora questa vicenda dopo il diniego della Commissione ad accoglierlo come rifugiato? “È impaurito e preoccupato -ha detto Nicolini-, lo abbiamo rassicurato del fatto che non è colpa sua, che non ha fatto nulla di male, e che gli staremo a fianco”.

Marina Bortolani, @nextstopreggio.it