In tempi di revisionismo storico sfacciato e bugiardo, in cui si pretende di derubricare tutta la Lotta di Liberazione ad una sorta di regolamento di conti tra italiani al termine della guerra, addirittura facendo oscene divisioni tra la Resistenza “cattiva” dei partigiani comunisti e quella “buona” di tutti gli altri, compreso addirittura chi la Resistenza nemmeno l’ha combattuta e dove per giunta i nipoti del duce del fascismo vorrebbero che la tomba di un criminale fosse aperta al pubblico ogni giorno e pagata coi soldi degli italiani; occorre oggi più che mai tenere fermo il timone della storia, rimarcando differenze e responsabilità, tra chi si batteva per un’aberrante idea di sfruttamento e oppressione e chi invece lottava anche per la libertà di quanti un giorno, con la menzogna, avrebbero fatto scempio della storia e della memoria.
Ed è per questo che anche a così tanti anni dalla fine di quella lotta che condusse alla Liberazione dell’Italia, è necessario ricordare quei giovani, quelle donne, quel popolo generoso e coraggioso che diede vita alla Resistenza italiana. La vicenda che riguarda lo studente diciannovenne reggiano Luciano Fornaciari è senza dubbio una delle più toccanti e commoventi. Capo Servizio di Brigata, “Slim”, così il suo nome di battaglia, cadde nelle mani dei tedeschi il 31 luglio 1944, durante le manovre di spostamento di alcuni distaccamenti al Passo della Cisa, nel tentativo di precedere il nemico, si offrì volontariamente di portare in sella ad un mulo il mortaio che non voleva abbandonare.
Giunto sul posto fu catturato dai tedeschi, poi condotto a Febbio, fu torturato per estorcergli, invano, i nomi dei compagni di lotta e lì immediatamente fucilato. Non soddisfatti, i suoi aguzzini lo impiccarono a testa in giù nel centro del paese, lasciandolo esposto come avvertimento per la popolazione. Dopo qualche giorno però, i tedeschi lo tolsero dalla pianta dov’era stato impiccato e lo seppellirono in fretta sotto ad un lieve strato di terra, non come gesto di pietà, ma perchè il caldo dei primi giorni di agosto non tardò a mandare in decomposizione il corpo martoriato del povero “Slim”. Furono “Aldo” Osvaldo Salvarani e “Dario” Giuseppe Carretti, avvertiti dell’accaduto da una donna del paese, a dare una degna sepoltura al giovane compagno di lotta, nei giorni seguenti, dopo aver attraversato la Val d’Asta, pur col pericolo di essere scoperti dai nazifascisti.
Con l’aiuto degli abitanti lo disseppellirono, scavando prima con le palette e poi con le mani, affiorò immediatamente il viso tumefatto ed irriconoscibile di “Slim”, con orrore, nella sua testa comparvero i fori di 15 pallottole.
Così tanto era ritenuto pericoloso un giovane studente di appena diciannove anni! I due comandanti lo ripulirono dalla terra piano con le mani, ma brandelli di pelle e dei capelli rimanevano appiccicati alle loro mani, quindi lo ricomposero dignitosamente all’interno di una misera cassa messa insieme con assi di fortuna da un altro partigiano, Casotti.
“Slim” è stato un esempio luminoso di quella che fu la gioventù reggiana di quel tempo e come lui furono migliaia in tutto il nostro Paese, altro che tutti uguali! Per questo suo eroico comportamento, Luciano Fornaciari verrà decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.
Alessandro Fontanesi

