Reggio Emilia dedica una via a Norma Cossetto, universitaria uccisa dai partigiani comunisti in Istria nel 1943

Approvata anche a Reggio Emilia la mozione per intitolare una via o una piazza a Norma Cossetto, martire delle foibe con 11 voti favorevoli (Lega Salvini Premier, Movimento 5 Stelle, Gruppo Misto, Alleanza Civica, Forza Italia), 4 voti contrari (Ghidoni, Mahmoud e Vergalli del Partito Democratico, Reggio è) e 11 astenuti (Partito Democratico, Più Europa) (Leggi qui il testo).

La mozione è stata presentata dal Consigliere Cristian Panarari del Gruppo Misto su suggerimento di Gabriele Delaiti,

Gabriele Delaiti

responsabile del movimento Reggio Emilia Identitaria–La Rete.
“Nonostante il dilagante clima di indifferenza propagandato da una certa sinistra finalmente, anche la città di Reggio rende giustizia a Norma la cui storia rappresenta ancora un esempio di martirio che uomini e donne potranno ricordare e omaggiare anche grazie a questo piccolo ma concreto riconoscimento”, evidenzia Gabriele Delaiti.

LA STORIA DI NORMA COSSETTO

Norma Cossetto (Visinada, 17 maggio 1920 – Antignana, 4 o 5 ottobre 1943), fu una studentessa italiana, istriana di un villaggio nel comune di Visignano, uccisa da partigiani comunisti jugoslavi nel 1943 nei pressi della foiba di Villa Surani.

La famiglia Cossetto viveva nella frazione di Santa Domenica di Visinada (oggi comune della Croazia). Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l’incarico di segretario politico del Fascio locale e di commissario governativo delle Casse Rurali. Inoltre fu anche podestà di Visinada. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell’8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste.
La figlia Norma si diplomò presso il Regio Liceo Vittorio Emanuele III di Gorizia, per poi iscriversi al corso di lettere e filosofia dell’Università di Padova, aderendo, nel frattempo, ai Gruppi Universitari Fascisti della più vicina Pola. A partire dal 1941 alternò lo studio a supplenze scolastiche a Pisino e a Parenzo. Nell’estate 1943 stava preparando la tesi di laurea intitolata Istria Rossa (il rosso del titolo è relativo alla terra ricca di bauxite dell’Istria): il relatore era il geografo Arrigo Lorenzi. In ragione dei propri studi, la Cossetto girava in bicicletta per i paesi dell’Istria, visitando municipi e canoniche alla ricerca di archivi che le consentissero di sviluppare la sua tesi di laurea.

L’arresto e l’infoibamento
Licia Cossetto, sorella di Norma, testimoniò che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la famiglia iniziò a ricevere minacce di vario genere finché il 25 settembre successivo un gruppo di partigiani jugoslavi e italiani razziò l’abitazione dei Cossetto e, il giorno successivo, Norma fu convocata presso il comando partigiano —composto da combattenti sia italiani che jugoslavi— che aveva sede nell’ex-caserma dei carabinieri di Visignano; lì la studentessa fu invitata a entrare nel movimento partigiano, ma ella oppose un netto rifiuto. Secondo Giacomo Scotti (che non cita alcuna fonte in merito), rifiutò di rinnegare la sua adesione al fascismo, dopodiché uno dei guardiani cui venne consegnata decise di rilasciarla.

L’indomani Norma Cossetto fu arrestata e condotta all’ex-caserma della Guardia di Finanza di Parenzo insieme ad altri parenti, conoscenti e amici. Qui fu raggiunta dalla sorella Licia che tentò inutilmente di ottenerne il rilascio. Qualche giorno più tardi Visinada fu occupata dai tedeschi, cosa che spinse i partigiani a effettuare un trasporto notturno dei detenuti presso la scuola di Antignana, adattata a carcere.
In tale luogo Norma Cossetto fu tenuta separata dagli altri prigionieri e sottoposta a sevizie e stupri dai suoi carcerieri, che abusarono di lei mentre veniva tenuta legata su di un tavolo. L’episodio della violenza carnale fu poi riferito da una donna abitante davanti alla scuola, che, attirata da gemiti e lamenti, appena buio osò avvicinarsi alle imposte socchiuse vedendo Norma legata al tavolo.

La notte tra il 4 e 5 ottobre tutti i prigionieri legati con fili di ferro furono condotti a forza a piedi fino a Villa Surani. Ancora vivi, furono gettati in una foiba nelle vicinanze. Le tre donne presenti nel gruppo subirono nuovamente violenze sessuali sul postoprima di essere gettate a loro volta nella foiba.
A pochi giorni dal fatto anche Licia Cossetto fu arrestata dai partigiani, i quali le rivolsero lo stesso invito fatto in precedenza a sua sorella di unirsi al movimento partigiano, cosa alla quale anch’essa si oppose; dopo avere richiesto invano informazioni sulla sua famiglia, uno dei partigiani, che conosceva la giovane, ne ottenne il rilascio, anche se non era escluso un nuovo eventuale arresto, che tuttavia non avvenne; era invece il padre di Licia e Norma Cossetto, Giuseppe, il bersaglio dei partigiani.

Relativamente al ritrovamento del cadavere della giovane esistono due diverse testimonianze fornite dal maresciallo dei vigili del fuoco Harzarich. La presunta discordanza tra le due versioni è stata utilizzata da chi contesta una manipolazione della vicenda di Norma Cossetto come “speculazione propagandista” in chiave anti-partigiana.
Secondo la ricostruzione di Frediano Sessi, Arrigo Petacco e Gianni Oliva la ragazza fu nuovamente violentata e successivamente le furono amputati entrambi i seni e penetrata nella vagina con un oggetto di legno, rinvenuto sulla salma. Paolo De Franceschi (pseudonimo di Luigi Papo), il cui rapporto fu ripreso da Claudia Cernigoi nel 2005[15], riferisce che il 10 dicembre 1943, giorno del ritrovamento dei cadaveri a Villa Surani, Norma Cossetto fu estratta per prima, essendo verosimilmente tra gli ultimi ad essere gettata nella foiba e stando alla testimonianza dell’epoca di Harzarich, il corpo non presentava segni apparenti di decomposizione, tanto da rendere non necessarie le maschere per il recupero; nel verbale di interrogatorio reso nel 1945 al comando Alleato Harzarich riferì inoltre di aver rinvenuto il corpo «con un pezzo di legno ficcato nei genitali»; la circostanza secondo cui il corpo di Norma fu rinvenuto non decomposto fu ribadita anche dalla sorella Licia, che riferì di aver appreso ciò dalla testimonianza del maresciallo Harzarich.

Su denuncia di Licia Cossetto i soldati tedeschi catturarono sedici partigiani che avevano partecipato alle sevizie e li costrinsero a vegliare tutta una notte la salma di Norma, per poi fucilarli all’alba del giorno successivo: di questi tre partigiani impazzirono nel corso della notte.
Secondo Scotti i veri responsabili dell’omicidio di Cossetto non furono partigiani jugoslavi, ma «cani sciolti» italiani inquadrati nella Resistenza, e la condanna a morte fu sommaria e fatta senza riguardo per le eventuali responsabilità dei giustiziati. Il cadavere di Norma fu composto nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Santa Domenica di Visinada, dove venne sepolta.
(fonte: Wikipedia)