Il Vescovo Camisasca: “Ai laici le chiese senza sacerdoti”

Al termine della Sagra della Giareda, nella Basilica della Ghiara il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca ha celebrato alle 18.00 il Pontificale nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, inaugurando l’Anno pastorale 2019/2020 della Chiesa diocesana. 
Di seguito pubblichiamo l’omelia integrale. Durante l’omelia, è emersa una proposta pastorale del Vescovo per le piccole comunità cristiane senza presbitero residente e una forte sottolineatura dell’importanza del celibato sacerdotale.

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(Foto di Fabio Zani)

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Omelia nella Solennità della Natività della B. V. Maria. Inizio dell’Anno Pastorale

“Cari fratelli e sorelle, cari presbiteri e diaconi, cari religiosi e consacrati,

il mio pensiero, all’inizio di questo nuovo anno, va innanzitutto alla Visita Pastorale, che presto riprenderò dopo la pausa estiva. Ho visitato finora 39 delle 60 Unità Pastorali della nostra diocesi, circa due terzi dunque dell’intero territorio, e ho vissuto momenti per me molto significativi. 

La Visita Pastorale è innanzitutto l’incontro del pastore con il suo popolo. Sono contento che la preparazione e la riflessione che abbiamo compiuto con il Consiglio Episcopale cinque anni fa, ci abbia portato a un’immagine della Visita Pastorale che privilegia l’incontro. 

Incontrando i bambini, i ragazzi, i giovani, le famiglie, i malati, gli operatori della Caritas, i responsabili della liturgia, gli anziani, i catechisti, gli educatori degli oratori, i diaconi, i presbiteri, ascoltando le loro esperienze e le loro domande, avviene l’insegnamento, che è sempre un avvenimento reciproco. 

Da tanti ho ricevuto la testimonianza della fede e della carità, vissute nelle condizioni specifiche della vita, talvolta dura e drammatica, talaltra alla ricerca di una luce, talvolta ancora nella serenità e gioia di un’appartenenza ecclesiale riconosciuta e amata. A tutti coloro che incontro comunico la sapienza della Chiesa. La Lettera Pastorale sulla Liturgia, che verrà pubblicata il prossimo 25 dicembre, Natale del Signore, è nata proprio dalla Visita Pastorale e riprende le parole che ho detto nei colloqui con le commissioni liturgiche delle nostre parrocchie. 

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All’inizio di questo nuovo passo del nostro cammino, che compiamo fiduciosi sotto lo sguardo di Maria, Madre nostra, in questo Anno Santo della Ghiara, desidero condividere con voi una preoccupazione e un auspicio. 

Visitando la nostra diocesi ho visto un buon numero di parrocchie che sono, ormai da anni, prive di un sacerdote residente. È una realtà che tutti ben conosciamo e di fronte alla quale il rimedio non è certo pensare che presto possano tornare dei presbiteri.

In alcuni casi si tratta di comunità di montagna molto piccole, ma non mancano comunità significative anche per numero, abitate da uomini e donne desiderosi di non perdere l’esperienza e la memoria della loro comunità locale, pur aderendo, magari con qualche difficoltà, al nuovo passo dell’Unità Pastorale. Ho visto chiese molto ben curate, non raramente arricchite da preziosi tesori d’arte e di storia, verso cui guarda un piccolo popolo che non dimentica il peso religioso, culturale e sociale, di quella casa di Dio. Ma spesso queste chiese sono chiuse, qualche rara volta addirittura abbandonate.

Sono qui presenti tra noi i sei sacerdoti che nei prossimi giorni faranno il solenne ingresso nelle parrocchie che ho loro affidato. Uno di loro sarà titolare di due parrocchie, tre di loro avranno invece quattro parrocchie, un altro ne avrà ben sei, a un altro ancora è affidata la cura pastorale di addirittura otto parrocchie. Ringrazio questi sei sacerdoti per la loro disponibilità. A loro il mio augurio di un servizio fecondo e gioioso. Lo stesso ringraziamento e lo stesso augurio rivolgo a tutti i parroci della nostra Diocesi, così come a tutti i presbiteri e diaconi impegnati a vario titolo nella nostra Chiesa. Ci rendiamo conto, cari fratelli e sorelle, che il carico di lavoro dei nostri sacerdoti è spesso molto gravoso. Sosteniamoli con la nostra preghiera, con il nostro affetto, con la nostra amicizia! 

A fronte di questa complessa situazione che stiamo vivendo in questi anni, ho raccolto spesso le richieste pressanti del popolo cristiano, e in particolare di tutte quelle parrocchie più piccole che desidererebbero avere la presenza stabile di un sacerdote a loro dedicato. Ma come fare? Cosa fare?

Non posso certo immaginare, come ho accennato, una ripresa numerica delle ordinazioni presbiterali. Mi sembra nello stesso tempo che la fede di coloro che mi pongono queste richieste, e anche la presenza di un numero così cospicuo di diaconi permanenti in diocesi, suggerisca le vie di una prima risposta. 

Ed ecco la mia proposta, il mio sogno: là dove è possibile, ogni piccola comunità radunata attorno a una chiesa che non può essere servita dalla presenza stabile di un presbitero (almeno per la messa domenicale), possa trovare in un uomo o una donna laici, in una persona consacrata o in un diacono permanente, oppure in lettori, accoliti o ministri straordinari della Santa Comunione, un punto di riferimento stabile – in continuo e fedele riferimento al Moderatore di Unità Pastorale – per la cura di quella comunità.

È un progetto che non si può improvvisare e che ha bisogno di molta attenzione e preparazione, ma che mi sento, oggi, di inaugurare dinanzi a voi, in questo momento così solenne. Questa sera, affidando questo mio auspicio agli organismi diocesani che dovranno aiutarmi nella sua realizzazione, mi limiterò a due precisazioni che ritengo essenziali.

La prima: non voglio, in nessun modo, favorire la nascita di conflitti di potere, ma, all’opposto, trovare le vie per una più grande comunione. Questi laici o diaconi, punti di riferimento di comunità parrocchiali, non devono in alcun modo diventare o concepirsi come dei “piccoli preti”. I compiti propri del sacerdote, così come quelli del diacono, rimarranno ovviamente affidati a loro. Ma molte cose possono essere compiute da queste nuove figure. Per esempio: la cura della chiesa parrocchiale e dei locali ad essa collegati, la guida di momenti di preghiera infrasettimanali, la raccolta di domande, proposte, osservazioni da portare ai presbiteri, il coordinamento della catechesi o di attività dell’oratorio, là dove fossero presenti… Gli organismi diocesani a ciò deputati preciseranno, durante questo anno di lavoro, i compiti di ciascuno.

Una seconda precisazione: nessuno potrà proporre se stesso per questo compito. Chi vorrà potrà rendersi disponibile. Saranno gli stessi organismi diocesani a precisare le modalità di designazione. Saranno necessari certamente dei corsi di “formazione essenziale”, presso la nostra scuola diocesana di teologia, per ricevere dal vescovo l’incarico che avrà una durata a termine, rinnovabile.

Non posso, in questa occasione, entrare in ulteriori dettagli. Mi rendo conto che molti aspetti sono ancora da precisare, ma sono certo che questo sarà un passo importante nella maturazione di un’integrazione tra Unità Pastorali e piccole comunità locali. Potrà poi favorire la crescita della cura della comunità da parte dei laici che, in ragione del loro battesimo e della loro Cresima, hanno il compito di essere maestri, testimoni, intercessori e guide nel popolo cristiano, sempre in rapporto con i presbiteri e il vescovo. 

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Inizio con voi l’ottavo anno del mio ministero episcopale. Esso ha avuto finora principalmente due fuochi: la valorizzazione e la cura del ministero ordinato, presbiteri e diaconi, e la valorizzazione delle vocazioni laicali. L’iniziativa che oggi ho voluto inaugurare, e che riguarda la cura delle comunità da parte dei laici, non deve farci dimenticare la preghiera, anzi, la supplica a Dio per nuove vocazioni presbiterali. 

In un mio recente intervento, pubblicato da un quotidiano, ho voluto sottolineare ancora una volta la profonda convenienza che lega il celibato al ministero dei presbiteri. Il sacerdote ha un posto particolare e assolutamente irrinunciabile nella vita della Chiesa, e perciò del mondo. A lui è consegnata l’Eucaristia e il perdono dei peccati, il cuore cioè di tutta la vita cristiana, oltre a una funzione irrinunciabile di insegnamento e alla guida della comunità. Oggi indubbiamente assistiamo, soprattutto nella nostra Europa e più in generale nel mondo occidentale, a una riduzione drastica del numero dei sacerdoti, che può sembrare irreversibile. Non sappiamo cosa sarà del futuro. Abbiamo potuto leggere tutti quanti un’infinità di analisi sulle cause di tale riduzione numerica: la crisi demografica, i figli unici, l’indisponibilità delle famiglie di fronte a tale ipotesi vocazionale, la paura nei giovani verso un incarico troppo pesante, il terrore della solitudine, l’immagine purtroppo presente di sacerdoti con il volto triste… Tutte queste ragioni hanno una parte di verità, ma non penso raggiungano la motivazione più profonda. 

Personalmente sono convinto che, all’origine della crisi delle vocazioni sacerdotali stia la dimenticanza della luminosità del celibato ecclesiastico. Com’è noto, la chiesa latina, fin dal IV secolo, ha riconosciuto un nesso di opportunità profonda tra il celibato e il ministero sacerdotale. Le ragioni di tale scelta si sono chiarite sempre più con il passare del tempo, fino alla decisione di scegliere i candidati al sacerdozio esclusivamente tra coloro che avevano aderito al carisma della verginità. Tra le tante ragioni di questo legame del ministero sacerdotale con il celibato – che ha coinvolto anche la Chiesa Orientale per quanto riguarda la vita monastica e il ministero episcopale – quella più luminosa è la sequela di Cristo fin nella forma di vita da lui scelta. La decisione per il celibato non nasce perciò né da una disistima della donna, né da una considerazione della vocazione famigliare come scelta di secondo piano, né tanto meno dalla rinuncia alla maturità affettiva e all’espressione dei sentimenti. Essa è piuttosto una strada di educazione della nostra povera umanità, peccatrice fino all’ultimo giorno di vita, ad entrare nella luminosità di un’esistenza interamente donata, in cui i rapporti affettivi desiderano essere il più possibile espressione di un amore puro e non possessivo. 

Certamente la verginità per il Regno oggi è insidiata fortemente dall’erotismo che invade tutti, dalla solitudine e ultimamente dalla nostra stessa fragilità. Ciò non toglie che essa, come ogni altro valore, non deve essere né svilita, né mai abbandonata a causa delle difficoltà o delle cadute. Queste ultime ci parlano soltanto di un traguardo grande e difficile, ma assolutamente alla portata di un uomo normale, affidato totalmente alla grazia del suo Signore. Spero che nella Chiesa avvenga perciò una riscoperta di questo carisma e si allontani l’ipotesi di una perdita del valore del celibato, cosa che segnerebbe un drammatico impoverimento di tutto il popolo cristiano. 

Da ultimo, voglio ricordare a me stesso e a tutti voi, miei fratelli o sorelle carissimi, che, dopo il martirio, la verginità è la forma più alta di testimonianza al mondo della signoria di Cristo sulla vita.

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Affido perciò a Maria tutte e due queste intenzioni: la cura da parte dei laici delle nostre piccole comunità e la riscoperta della bellezza del celibato sacerdotale, due doni che non si escludono, ma anzi, si richiamano a vicenda e si sostengono reciprocamente. La Madonna della Ghiara benedica il nostro cammino e ci accompagni. Amen”.