Da Reggio Emilia a Berlino per contribuire al dibattito europeo all’European Patients’ Forum che quest’anno affronterà una delle trasformazioni più importanti per il futuro della sanità: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei percorsi dei pazienti.
Sara Beltrami, attivista per i diritti delle persone con endometriosi e professionista della progettazione europea e della comunicazione sanitaria, sarà a Berlino il prossimo 24 ottobre per partecipare all’evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale applicata alle attività rivolte ai pazienti.
Nel suo intervento, Beltrami porterà una prospettiva che unisce l’attività professionale nell’ambito di progetti europei legati alla salute e l’esperienza maturata in oltre un decennio di impegno nella comunicazione sanitaria e per il riconoscimento dell’endometriosi. Proprio questa patologia sarà utilizzata come “caso studio” per approfondire le potenzialità e i limiti dell’intelligenza artificiale nella comprensione dei bisogni dei pazienti, nell’informazione sanitaria e nell’individuazione precoce dei sintomi.
«L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario per elaborare grandi quantità di informazioni. Ma dobbiamo distinguere la capacità quantitativa di analizzare dati dalla capacità qualitativa di comprendere un’esperienza umana. L’AI non può sostituire la complessità della storia di una persona, il suo vissuto e il contesto in cui si manifestano i sintomi», spiega Sara Beltrami.
Il caso dell’endometriosi è particolarmente significativo. Si tratta di una malattia cronica che può manifestarsi con sintomi diversi, spesso sottovalutati o normalizzati, e per la quale il ritardo diagnostico rappresenta ancora un problema rilevante. Se adeguatamente sviluppata, validata e utilizzata sotto supervisione clinica, l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a riconoscere combinazioni di sintomi meritevoli di approfondimento, favorire una maggiore consapevolezza e incoraggiare le persone a rivolgersi tempestivamente a professionisti sanitari esperti.
Le opportunità, tuttavia, non devono far dimenticare i rischi. Tra questi figurano le cosiddette “allucinazioni”, ovvero informazioni inventate, affermazioni false o risposte inesatte presentate in modo convincente; la diffusione di disinformazione medica; l’incoraggiamento a pratiche di autocura potenzialmente pericolose; il ritardo nel ricorso al medico; i bias algoritmici, che possono penalizzare gruppi poco rappresentati nei dati di addestramento; e le disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie. A questi si aggiungono i problemi di riservatezza dei dati sanitari, il rischio di spersonalizzazione dell’assistenza e una possibile riduzione dell’empatia nella relazione tra medico e paziente.
Un tema particolarmente delicato riguarda le giovani donne, per le quali gli strumenti di intelligenza artificiale conversazionale possono diventare uno dei primi punti di accesso alle informazioni sulla salute. “Quando una chatbot rappresenta il primo interlocutore per dubbi, sintomi e preoccupazioni, la qualità delle risposte e la capacità di indirizzare verso fonti affidabili e professionisti qualificati diventano questioni centrali di salute pubblica.” spiega Beltrami.
«Se una giovane donna che soffre di dolori mestruali si rivolge a un’intelligenza artificiale, può trovare uno strumento utile per dare un nome ai propri sintomi e capire quali domande porre al medico. Ma può anche ricevere informazioni errate, sentirsi rassicurata quando non dovrebbe o rimandare una visita. L’AI non deve diventare un sostituto della valutazione clinica. Invece si parla già di medici Avatar per il futuro, con il rischio che l’umanizzazione delle cure diventerà un privilegio per i pochi che potranno permettersela.», sottolinea Beltrami.
Nel suo intervento, la professionista affronterà anche il tema del cognitive offloading, ovvero la tendenza a delegare agli strumenti tecnologici parte delle attività cognitive che normalmente svolgeremmo in autonomia. Se utilizzata senza spirito critico, l’intelligenza artificiale può indurre a ridurre lo sforzo di ricerca, valutazione e rielaborazione personale delle informazioni, indebolendo progressivamente la capacità di ragionare in modo autonomo e verificare ciò che si legge.
La sfida, quindi, non è soltanto sviluppare strumenti più efficienti, ma promuovere un utilizzo consapevole che mantenga le persone al centro, preservando la capacità critica e la responsabilità umana.
«L’intelligenza artificiale può simulare l’ascolto in maniera estremamente convincente. Può rispondere con parole rassicuranti, riconoscere il linguaggio emotivo e restituire l’impressione di essere compresi. Ma simulare l’ascolto non significa assumersi la responsabilità che deriva dall’ascoltare davvero. Nella relazione di cura, l’ascolto comporta attenzione, responsabilità, capacità di riconoscere i propri limiti e di intervenire quando serve. Sono dimensioni che non possiamo confondere con la semplice produzione di una risposta plausibile» conclude l’attivista.

