“Le vacche rosse, la Val d’Enza e il Po”, di Duilio Cangiari (Europa Verde)

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Duilio Cangiari

“Non varrebbe la pena commentare, ma in tempi in cui la “nostalgia del tempo andato” riempie la cronaca giornalistica di questo fine ottobre, ogni tanto ci sembra utile e doverosa una replica a quanti, ripescando vecchi e ammuffiti slogan, inseguono ancora l’idea di realizzare una grande diga sul fiume Enza.
Il riferimento è all’iniziativa svoltasi a Lentigione qualche sera fa, non molto partecipata per la verità, a tema la costruzione di un grande invaso per evitare gli effetti delle piene a valle.
Per anni innumerevoli e illusorie parole d’ordine hanno accompagnato la propaganda sul grande invaso che oggi viene riproposta per sfruttare il momento di difficoltà climatica che vive il nostro paese. Cosa troppo importante per consegnarla a facilonerie interessate.

Per senso di responsabilità riteniamo nostro dovere riportare il dibattito su binari di serietà e ragionevolezza.
Ora è del tutto evidente la strumentalità di alcuni nell’utilizzare la piena dell’Enza del 2017a Lentigione, come elemento per giustificare opere faraoniche, quali la diga, sfruttando minacciosamente, la comprensibile paura delle popolazioni rivierasche, che hanno subito danni ingentissimi da quell’evento e che attendono risposte sulle responsabilità di quanto accaduto, ma soprattutto su cosa deve essere fatto per l’immediato futuro.
Operazione smaccatamente utilitaristica, per il fatto che si cerca di carpire la buona fede degli agricoltori e dei cittadini a soli fini di consenso elettorale.

Si continua a presentare, come risolutore di ogni cosa, un progetto vecchio, quello della super diga (nel tempo diventata da 150 milioni di mc), assolutamente inadeguato e fuori scala per il territorio della val d’Enza, e per di più, non previsto da nessun atto di pianificazione pubblica. Per capirci stiamo parlando del nulla!!
Tra l’altro vorremmo fare notare, parlando della bassa brescellese, che la piena del 2017 riversò 10 ml di mc di acqua nell’Enza e che le casse di espansione di Montecchio sono state costruite per contenerne ben 11 ml di mc.
Qualcosa è andato sicuramente storto in quell’occasione ma non sta a noi trarre conclusioni, la magistratura sta istruendo un processo che, speriamo, farà chiarezza. In questa sede ci limitiamo a dire che se adeguatamente manutenuto e in piena efficienza, il sistema idraulico realizzato, che fa perno sulle grandi Casse di Espansione di Montechiarugolo, per quanto attiene l’aspetto della regolazione e dell’invasamento delle piene, darebbe un contributo determinante. Altrimenti non si giustificherebbero i milioni di euro spesi per la realizzazione di quella cassa di espansione….

Se fosse necessario, si dovranno adeguare i presidi idraulici esistenti per garantire la sicurezza dei territori della nostra bassa, anziché paventare nuove grandi opere dentro il fiume.
Ora senza voler infierire su affermazioni del tipo “che gli animali si sono rifiutati di mangiare l’erba irrigata con acqua di Po” ma si sa che le vacche rosse son schizzinose a differenza dei ferraresi che la bevono quotidianamente…. vogliamo rilanciare su un tema che riteniamo centrale: siamo in presenza dell’assoluta mancanza di una strategia credibile per rispondere, nell’immediato, al problema della scarsità idrica.

Il dibattito stucchevole sulle dimensioni dell’invaso ha impedito di ragionare seriamente su soluzioni efficaci, a portata di mano e da attuare in tempi rapidi e non tra 10 o 15 anni come nel caso di grandi opere idrauliche.
Nessuno parla più dei progetti di piccoli bacini, diffusi sul territorio e in grado di accumulare riserve idriche di prossimità, facilmente utilizzabili al bisogno dagli agricoltori stessi, senza onerose mediazioni infrastrutturali; è calato il silenzio sull’operato dei nostri amministratori che colpevolmente dimenticano quanto prescritto dalle pianificazioni di area vasta, che per i territori rivieraschi del fiume Enza prescrivono la realizzazione di piccoli invasi, sfruttando le volumetrie lasciate dalle cave dismesse, come a Montecchio dove si sono spesi per autorizzare un remunerativo impianto fotovoltaico, anziché realizzare un grande bacino di 4 ml di mc di acqua, proprio in un territorio che reclama risorse idriche per la conservazione di ciò che resta dei prati stabili; si archivia inspiegabilmente la possibilità di utilizzare a fini irrigui gli oltre 10 milioni di mc di acqua incamerabili, durante la stagione piovosa, nella cassa di espansione di Montechiarugolo, che a regime potrebbe garantire il sistematico utilizzo di quell’acqua anche per il reggiano, come già positivamente sperimentato durante nell’estate scorsa, a ristoro delle coltivazioni agricole parmensi.

Il contratto di fiume come strumento di pianificazione condivisa e partecipata, non è mai partito seriamente e non sappiamo che fine ha fatto.
In sostanza si sono persi anni, inseguendo fantasie irrealizzabili, costruendo un dibattito fuorviante e dannoso, invece di studiare, pianificare e realizzare le opere idrauliche veramente necessarie per il nostro territorio.
Sì è sempre in ritardo in questo paese e la responsabilità è si diffusa, ma anche ben identificabile in una classe politica inadeguata e incapace di pensare oltre il proprio egoistico orizzonte elettorale.

Duilio Cangiari, Europa Verde co portavoce