Eccidio di Villa Minozzo del 1944: partecipata la cerimonia

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Il comune di Villa Minozzo, assieme all’ALPI, associazione liberi partigiani Italiani, ha richiesto ai ministeri competenti una ricompensa al valor militale per i 19 caduti dell’eccidio di Minozzo del 30 luglio e 1 agosto 1944. Tra questi Jean Dabrinville un francese arruolato con l’esercito tedesco e poi passato nelle file partigiane.

In calce la descrizione dei fatti, una parte del volume di Giuseppe Giovannelli particolarmente dettagliato a cui si dovrebbe far riferimento per la completezza dell’opera.
Dopo Cervarolo, Minozzo, con le borgate circostanti, è la seconda frazione martire del Comune di Villa Minozzo, con un totale di 19 uomini uccisi in tutti modi, con la maggior efferatezza possibile: decimati, fucilati, bruciati vivi, colpiti nel sonno, impiccati. Tragico epilogo del rastrellamento operato da truppe germaniche guidate da esponenti del fascismo reggiano.
Una messa a ricordo e una breve cerimonia, anche per la forte pioggia, hanno visto la presenza dell’assessore regionale Alessio Mammi, del sindaco di Villa Minozzo comm. Elio Ivo Sassi, di rappresentanze di associazioni partigiane, associazioni d’arma e del magg. Zani presidente dell’UNUCI, gli Ufficiali in congedo.
Nonostante le difficoltà che si prospettano l’auspicio è che la ricompensa possa essere concessa.
(Foto di Fabio Zani)

IL FATTO

Dopo Cervarolo, Minozzo, con le borgate circostanti, è la seconda frazione martire del Comune di Villa Minozzo, con un totale di 19 uomini uccisi in tutti modi, con la maggior efferatezza possibile: decimati, fucilati, bruciati vivi, colpiti nel sonno, impiccati. Tragico epilogo del rastrellamento operato da truppe germaniche guidate da esponenti del fascismo reggiano.
Eccidio forse non immediatamente percepito dagli storici nella sua gravità in quanto in maggior
parte diffuso sul territorio e ripartito in due diverse giornate, ma frutto unico di un progetto
terroristico-stragista accuratamente studiato pochi giorni prima dalla dirigenza nazifascista di
Reggio Emilia.
L’operazione militare, infatti, aveva lo scopo non solo di disperdere l’organizzazione partigiana
che nel comune di Villa Minozzo aveva il suo centro organizzativo, ma anche di terrorizzare la popolazione, di privarla di tutte le risorse alimentari in punizione dell’appoggio dato ai partigiani e di arruolare manodopera da deportare in Germania.
Essa rispondeva alla direttiva del feldmaresciallo Albert Kesselring resa nota a Reggio dal quotidiano Il Solco Fascista in data 22 luglio 1944, negli stessi giorni in cui il Partito Fascista Repubblicano locale si dava una struttura armata con la costituzione della Brigata Nera. Quanto messo in atto dal rastrellamento, appare come l’esecuzione letterale dei cinque punti della direttiva di Kesselring, ritenuto il massimo responsabile della conduzione della guerra antipartigiana in Italia, sia relativamente alla Wehrmacht che alle SS:
1 – Iniziare nella forma più energica azioni contro le bande armate dei ribelli [….]
2. – Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi un certo numero di ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio.
3. – Compiere atti di rappresaglia fino a bruciare le abitazioni poste nelle zone da dove sono stati sparati colpi di arma da fuoco contro reparti o singoli militari germanici.
4. Impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidio e colpi a mano armata.
5.- Rendere responsabili gli abitanti di quei paesi dove si verificassero interruzioni di linee telegrafiche o telefoniche o comunque atti di sabotaggio relativi alla circolazione stradale, spargimento di rottami di vetro, calce od altro, danneggiamento di ponti o ostruzioni delle strade.
• Ritiratisi i presidi fascisti tra il maggio e il giugno 1944, sull’Appennino reggiano-modenese,
si era costituito il Territorio Libero dei sette Comuni (Montefiorino, Frassinoro, Prignano sulla Secchia, Polinago, Toano, Ligonchio e Villa Minozzo) noto nella storiografia resistenziale come Repubblica di Montefiorino. La sua difesa era affidata a quattro Brigate (“Divisioni”) modenesi e tre reggiane.
Il rastrellamento del territorio tra destra Secchia e Val Dolo, organizzato da truppe tedesche,
con l’aiuto di guide fasciste, si prefiggeva come risultato ultimo di riportare questo ampio territorio
sotto il controllo del Governo repubblicano, disperdendo, in contemporanea, le forze
partigiane e devastando ogni risorsa del territorio perché non fosse più in grado di riaccoglierle.
Avrebbe avuto anche l’intento di impedire l’eventuale lancio su quel territorio della Divisione
Paracadutisti “Nembo” del rinascente Regio Esercito Italiano – in alcuni ambienti partigiani
lo si dava per certo –, il che avrebbe facilitato l’irrompere degli anglo-americani nella media
pianura padana.
Vera o no che fosse una tal voce, il territorio libero dei Sette Comuni costituiva una intollerabile
spina nel fianco della compagine nazifascista, quindi da eliminare a qualunque costo.
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• Concluso il precedente rastrellamento del territorio montano a ponente della Strada Nazionale
n. 63 del Valico del Cerreto, il 30 luglio, domenica, circa tremila uomini fra truppe della Wehrmacht, delle SS, della Guardia Nazionale Repubblicana e della Brigata Nera irrompono
nel territorio libero dal Modenese, da Ligonchio e da La Gatta. Si tratta di una forza imponente
che, se pure non raggiunge la cifra di tremila uomini stimata dai comandi partigiani, è dotata di
abbondanti automezzi, di efficacissimi armamenti e di artiglieria.
Da la Gatta, attraverso il ponte provvisorio, l’attacco inizia fra le 6 e le 7 del mattino. I distaccamenti partigiani a guardia del ponte, sia quelli a ridosso del fiume, sia quelli posizionati
sulle alture del Monte Argento e di Lusignana, resistono disperatamente, a lungo, ma dopo tre
o quattro ore devono ritirarsi, lasciando campo libero agli invasori che si dirigono parte verso il Toanese, parte verso Villa Minozzo e parte verso Minozzo.
Avanzano uccidendo chiunque incontrano; bruciando i frumenti pronti per la mietitura o quelli già accatastati nelle aie per la trebbiatura; catturano il bestiame e lo concentrano nei punti più idonei per il successivo trasferimento in pianura. Svuotano cantine e dispense.
L’artiglieria pesante tedesca, posizionata a Maro (in sponda sinistra del Secchia) inizia subito a battere il Monte Prampa, che sovrasta l’abitato di Minozzo, per impedire la più ovvia via di scampo sia della popolazione che di eventuali partigiani presenti in zona. Il Prampa è il monte della vita secolare dei minozzesi, dove hanno i pascoli per i bestiami e foreste per il legnatico.
Nonostante bombe e shrapnel, molti minozzesi (donne, vecchi, bambini) risalgono le macchie
con quel po’ di bestiame che possono tirarsi dietro.
• È una pesante domenica di sangue. Schegge di bombe uccidono sul Prampa la 42enne
Italina Vacondio e Nello Catti, 18 anni compiuti da due giorni. A Sonareto, nelle cui vicinanze
c’erano le postazioni partigiane a difesa del passaggio del fiume Secchia, i tedeschi fanno
irruzione nella prima casa che trovano. Uccidono il capofamiglia Vittorio Martinelli, 42 anni,
rubano quanto trovano di rubabile e incendiano la casa, non prima d’averne scacciato la moglie e le due figlie. Non per pietà, ma perché restino in vita a macinare il dolore per tutti i loro anni.
Uccidono Antonio Marazzi, 76 anni, capo di una numerosa famiglia e incendiano anche la sua casa. Uccidono pure Savino Magnani, 85 anni. E proseguono lasciando dietro di sé una scia di morte e di fuoco.
Giungono al borgo di Triglia. Incontrano nei campi il pastore Pellegrino Antichi, 79 anni,
e lo freddano nel sonno mentre le pecore meriggiano tranquille. Così almeno parrà che sia avvenuta
la sua uccisione a chi ne raccoglierà la salma. Terribile l’assassinio di Lealdo Croci, 74 anni, di Minozzo: lo gettano vivo su un mucchio di covoni di frumento in fiamme.
Sono tutte persone anziane. Pensavano di non correre più rischi da eventuali incontri con i nazifascisti. Avrebbe dovuto temerli, invece il 43enne Romeo Zoppi che da pochi giorni si era arruolato tra i partigiani; ma, ferito, si era rifugiato in una capanna che pareva abbandonata.
Qui lo trovano i tedeschi e bruciano lui e la capanna. I compagni di partigianato, costituitasi la
Brigata Fiamme Verdi, daranno il suo nome al distaccamento “Z.R”.
Proseguendo la marcia verso Minozzo, a Razzolo i tedeschi uccidono Giuseppe Razzoli, che lascia moglie, figlia e nipotina, e il 70enne Telesforo Costi. Terribilmente drammatica appare la morte del giovane partigiano francese Jean Dabrinville. Arruolato a forza in Francia nella TODT (compagnia di lavoro forzato creata dal governo nazista), nell’aprile 1944 si trova in provincia di Reggio come autista di autocarri tedeschi. Riesce a contattare la Resistenza e viene accolto nei partigiani. Nel pomeriggio del 30 luglio, nei pressi di Razzolo, lungo la strada provinciale, egli, in divisa partigiana, sta conducendo un mulo. Viene sorpreso dai tedeschi, fucilato sul posto e impiccato per i piedi a un albero in quel tratto rettilineo della strada chiamato Ponte Sponda. Con lui vengono impiccati i cadaveri di Giuseppe Razzoli e Telesforo Costi.
Non sarà possibile tirarli giù finché i tedeschi non se ne saranno andati.

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• Il lunedì 31 sembra scorrere abbastanza tranquillo. In realtà i tedeschi continuano la caccia ai partigiani, continuano a perquisire le case, a razziare il bestiame, a incendiare e distruggere le vettovaglie che non possono asportare, come il grano ancora da mietere o da trebbiare. Alte
colonne di fumo s’innalzano nel cielo di Minozzo.
Proprio in quei giorni – quasi ad attribuire ai partigiani la colpa di tanta disgrazia – il Solco
Fascista (3 agosto) pubblica un invito al Contadino:
«Contadino, terroristi senza patria e banditi prezzolati dal nemico ti esortano a non assicurare il raccolto, ma a farlo marcire, asserendo, come pretesto, di voler recar danno alle Forze Armate Germaniche. Per renderti docile ai propri voleri, essi minacciano di usare la forza e di mettere a fuoco tanto le tue messi quanto le tue case. Contadino! È il tuo raccolto, è il tuo pane, quello che dovrebbe imputridire sui campi. Il tuo raccolto è e rimane il pane del popolo italiano. […]
La sedicente “Brigata Garibaldi” è notoriamente al soldo del bolscevismo staliniano.
Contadino, difenditi da questi criminali, pensa ai tuoi figli!
Assicura a te stesso e alla tua famiglia il pane quotidiano, proteggendola benedizione divina del raccolto dalle insidie dei tuoi nemici».
• Ripetuti mitragliamenti colpiscono le macchie più basse del Prampa, costringendo i rifugiati
a salire sempre più in alto, a cercare rifugi più sicuri, a studiare, dall’alto, i movimenti dei
nazifascisti tra le case e le strade del paese. Poi, per la seconda volta, s’apprestano a pernottare
alla meglio sotto gli alberi.
Martedì 1 agosto. La calma apparente è un tranello. Gli uomini credono finalmente di potersi
muovere. Qualcuno riceve anche assicurazioni che, presentandosi ai tedeschi, nulla gli sarà
fatto. Vengono così catturati ad uno ad uno e rinchiusi entro i muretti del sagrato della pieve di
Santa Maria. Anche il parroco di Tapignola, don Giuseppe Bertucci, sceso dal Prampa per avere
notizie della famiglia dell’arciprete don Venerio Fontana ( lui pure alla macchia da giorni ),
viene catturato.
Nel pomeriggio i prigionieri sono poco meno di 70. Le donne, speranzose, portano fagotti di
cibo ai loro uomini e molti di questi, temendo il peggio, fanno testamento e, inginocchiati, ricevono
l’assoluzione generale da don Giuseppe. Ed ecco come, secondo il racconto di don Giuseppe,
in quel sagrato affollato, tra lacrime e preghiere esplode la tragedia. Tra gli arrestati c’è
un uomo noto per non essere esattamente padrone delle sue azioni. Approfittando dell’attimo in
cui una sentinella tedesca ripone il fucile tra le braccia per arrotolarsi una sigaretta, quest’uomo
allunga la mano sul fucile, inconsapevole di come il gesto possa essere interpretato. Un altro
tedesco immediatamente lo uccide.
Senza attendere altro, anche appellandosi al fatto – diceva lui – che il giorno prima i partigiani avevano sparato contro i suoi uomini da Minozzo, il colonnello tedesco ordina la decimazione dei prigionieri: un uomo ogni dieci fanno sei, compreso quel poveretto già ucciso. La conta è rapida e i cinque uomini (più il morto secondo alcune memorie) vengono condotti davanti al muro del vicino cimitero e, alla vista di tutti, fucilati. Sopraffatto dall’emozione, uno di essi cade a terra una frazione di secondo prima della scarica fatale, illeso. Viene finito con il colpo di grazia alla nuca.
A operazione conclusa, un ufficiale tedesco scandisce i nomi delle vittime:
Luigi Milani, 39 anni, tre figli e moglie incinta del quarto;
Carlo Attolini, 32 anni, sposato;
Davide Albertini e suo fratello Riziero, di Tizzola;
Armando e Leonildo Dallari, di Vologno.
Gli altri prigionieri verranno avviati, a piedi, il giorno dopo 2 agosto, verso Reggio per essere
adibiti al lavoro coatto o all’internamento in Germania. Lungo la strada, a Ponte Sponda di Razzolo, i tre cadaveri che pendono dall’albero, triste presagio del loro viaggio. Tre non ritorneranno mai più dalla Germania.
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• I rastrellatori restano a Minozzo ancora tre giorni. Quando se ne vanno, la terribile scoperta:
legato a un carro, orribilmente torturato in vari modi, comprese scariche di energia elettrica,
il cadavere del giovane Osvaldo Caselli, figlio della maestra Maria Curti, studente di medicina e già fortemente impegnato ad aiutare la popolazione nelle tribolazioni della guerra. Si era fatto amico del “piccolo francese” Jean Dabrinville. Il biondo dei capelli e il colore chiaro della pelle aveva indotto i nazifascisti a crederlo un ufficiale alleato. Da qui le più orribili torture per ucciderlo.
Ripartendo fra il 4 e il 5 agosto, i rastrellatori lasciano un paese in fiamme, con sole donne,
bambini e vecchi senza nulla per curare le ferite, senza nulla da mangiare.
Stessa sorte toccata, fra il 2 e il 3 agosto, a Villa Minozzo, capoluogo del Comune, incendiato,
affamato, raso a terra.

1. Dal Registro dei morti della Parrocchia di Minozzo

N. 10. N.B. Si registrano qui sotto gli atti più crudeli che siano mai stati compiuti dagli assassini
più esecrandi che la storia di questo territorio abbia mai visto transitare sul suo territorio.
I – Dalle cannonate sparate da Maro sulla Costa morivano il 30 luglio 1944:
1. Vacondio Italina in Lusenti figlia di Paolo e Del Bue Clementa, nata a Reggio il 30.1.1902.
2. Cotti Nello di Giuseppe e di Govi Ida, nato a Carniana il 28.7.1926.
II – Furono messi al muro del Cimitero e uccisi come cani arrabbiati dai repubblicano-tedeschi
la sera del 1° agosto 1944 i signori:
1. Milani Luigi fu Ermenegildo e fu Giansoldati Salmina, nato il 16 giugno 1905, reo solo di
aver creduto ai carnefici sul Prampa che, se discendeva, non gli avrebbero fatto niente: lasciava
3 figlioletti piccoli e la moglie incinta; gli venivano rubate le bestie e ibruciata la casa.
2.Attolini Carlo, fu Enrico, anni 32 , da Villa Minozzo; questo non aveva moglie.
[Segue su foglio volante incollato sul registro: Attolini Carlo nacque il 28.8.1912. Sposato il
21.12.1924 sic]
3. Albertini Davide fu Quirino, di Tizzola.
4. Albertini Riziero fu Quirino, di Tizzola.
5. Dallari Armando di Domenico, di Vologno.
6. Dallari Leonildo di Domenico, pure di Vologno; quello giovane e questo e questo lasciava
la moglie incinta, sposata da pochi mesi.
Sempre senza alcuna ragione e a cane venivano uccisi:
A Sonareto:
1. Martinelli Vittorio fu Erminio, di Minozzo, nato il 30.11.1901, che lasciava la moglie e due
figlie. Pure a questi veniva distrutta la casa.
2. Marazzi Antonio fu Raimondo, di Minozzo, d’anni 76, che lasciava famiglia numerosa; si
capisce che gli bruciarono la casa.
3. Magnani Savino (Giovanni Giuseppe), di Natale, da Ceriola, vecchio di 85 anni che viveva
col genero di stanza a Sonareto.
A Razzolo:
4. Razzoli Giuseppe fu Carlo, della parrocchia, che lasciava la moglie e una figlia (con nipotina).
5. Costoli Telesforo fu Giuseppe, detto Cortogna, d’anni 70.
6. Certo Jean, un francese che era nei partigiani di cui non so altro [aggiunta successiva: Debrinville
Jean. Recte: Jean Dabrinville]
A Triglia:
7. Antichi Pellegrino fu Domenico, di anni 79, che si trovava a pascolare le pecore. Dal come
fu trovato morto si crede che l’abbiano ucciso mentre dormiva.
8. Croci Lealdo fu Battista da Gova, ma da tempo domiciliato a Minozzo, di anni 74. Fu buttato
sopra un mucchio di covoni in fiamme.
9. Zoppi Romeo fu Florindo (n. 16.12.1901), che da solo qualche giorno si trovava fra i partigiani,
Ferito, fu ricoverato in una capanna che fu pure bruciata dai tedeschi e vi perì miseramente.
10. Caselli Osvaldo di Silvio e di Curti Maria, di anni 23. Fu torturato bestialmente e poi lasciato
per diversi giorni insepolto vicino alla casa di Milani Giovanni.
11. Fontana Ruffino fu Niceforo, di Cerrè Marabino, fu ucciso nel territorio di Minozzo sulla
carrozzabile Villa-Carniana, non so se con torture o meno.
Ho finito la macabra registrazione e, come conclusione, auguro ai defunti il riposo eterno e ai
perfetti repubblicani la distruzione come popolo organizzato, così avran finito di torturare l’umanità.
D. Venerio Fontana Arciprete
18.8.1944
Atto di morte
[Foglio volante incollato sul registro]
Il giorno 30 luglio 1944 in località Carniana fu ucciso dai nazi-fascisti Martinelli Vittorio
fu Erminio di Minozzo, che lasciava sul lastrico la moglie e due figlie, poiché in tal giorno gli
venivano pure distrutti i suoi fabbricati.
D. Venerio Fontana
[Data a timbro]28 agosto 1945
Atto di morte
[Foglio volante incollato sul registro]
Il giorno 30 luglio 1944
in località Razzolo “Pioppa” veniva ucciso dai nazi-fascisti: Razzoli Giuseppe fu Carlo n.
4.4.1880, marito della Pigoni Maria.
[Data a timbro]28 agosto 1945

2. La testimonianza di don Giuseppe Bertucci
parroco di Tapignola, uno degli arrestati
Il brano che segue è tratto da una intervista, ancora parzialmente inedita, rilasciata in data 7 febbraio
1994, a Giuseppe Giovanelli da don Giuseppe Bertucci che, nel febbraio 1944 era stato inviato dal vescovo
di Reggio (monsignor Eduardo Brettoni) a sostituire don Pasquino Borghi, l’ex missionario, parroco di Tapignola,
fucilato dai fascisti reggiani il 30 gennaio 1943 al poligono di tiro di Reggio Emilia, Medaglia d’Oro
al Valor Militare della Resistenza.
Parte del testo qui riprodotto è stato pubblicato dal settimanale “La Libertà” di Reggio Emilia il 12
febbraio 1994.
Il brutto della guerra è venuto con il rastrellamento del 30 luglio 1994.
Era domenica. Io ero ancora a Tapignola per la messa quando arrivò don Bruno Morini, tutto allarmato, raccontando che i tedeschi stavano cannoneggiando il minozzese da Maro e che un colpo aveva ucciso un ragazzo di Minozzo. Mi propose, celebrata la messa, di risalire verso Monteorsaro, dove abitava un impresario di nostra conoscenza che avrebbe potuto offrirci un rifugio sicuro.
Dopo di lui arrivò il parroco di Gatta, don Enzo Zambelli, anche lui fuggito dal rastrellamento
già in atto. Io non li ho seguiti, ma, terminata la messa, mi sono avviato verso le alture di Santonio da dove potevo guardare quello che stava accadendo più in basso, a Minozzo e in gran parte della valle. Si udivano e si vedevano gli spari che battevano le boscaglie del Prampa, appena sopra il paese.
Sono rimasto in osservazione fino a sera, sperando sempre di poter scendere per vedere i famigliari dell’arciprete, la sorella e soprattutto gli anziani genitori. Seppi poi che quella sera i tedeschi, arrivati in paese, avevano ammazzato tutti quelli che avevano incontrato, anche un ragazzo, figlio di una maestra Caselli.
Fattosi buio, si vedevano i razzi di segnalazione che i tedeschi si lanciavano tra di loro, da Villa e da Ligonchio, segnalandosi il reciproco arrivo nei due paesi. Naturalmente è stato impossibile scendere e abbiamo pernottato, sparsi qua e là nei boschi, senza chiudere occhio.
Il mattino dopo [lunedì 31 luglio] riprese la sparatoria con il lancio di shrapnel che esplodevano
bassi; tuttavia, in complesso, la giornata ci sembrò abbastanza calma. Il martedì mattina [1 agosto], invece, cominciarono a mitragliare la parte bassa del Prampa, dove tanta gente si era rifugiata, passando la notte coperta di foglie. Poi, pian piano, i tedeschi cominciarono ad alzare il tiro.
Mi prese voglia di andare a vedere che cosa fosse successo giù in paese. Mi alzo e, seguendo la costa a sud del paese, che mi sembrava sicura, comincio a scendere. A un certo punto sento borbottare; vedo, di fronte a me, dei soldati. Allora, piano piano, ritorno indietro e ricomincio a salire finché, dall’altra parte della riva, sento della gente che grida: «I tedeschi! i tedeschi! Andiamo in alto…».
Risaliamo tutti insieme, in fretta, fin quasi in cima al monte e, di lassù, vediamo lo svolgersi del rastrellamento. I tedeschi salivano circondando le due parti del paese, fermando tutte le persone che incontravano nei campi o nelle case, finché, arrivati in paese, la manovra a tenaglia si chiuse.
Erano soldati della Wehrmacht e sembravano un po’ più miti delle SS. Rubavano tutto quello che trovavano e arrestavano tutte le persone, ma rimandavano a casa le donne e i bambini; gli uomini, invece, venivano concentrati nel piazzale della chiesa.
Quando il rastrellamento sembrava finito, sono sceso, non solo perché sapevo che il paese era senza preti, ma anche perché volevo rendermi conto di che cosa fosse accaduto, in mezzo a tutto questo subbuglio, alla famiglia dell’arciprete.
Scendo con tutta la precauzione possibile; ma, a un certo punto, sento delle chiacchiere.
Sto ben attento, ma il fatto di sentire delle voci di donna mi fa pensare che si tratti di gente del paese. Esco allo scoperto scendendo con passo franco quando, all’improvviso, dietro una curva, mi trovo davanti due soldati tedeschi. E così sono stato catturato come un salame e portato con gli altri uomini nel piazzale della chiesa.
Eravamo circa settanta uomini, guardati a vista dai tedeschi con le armi alla mano. Due mitraglie erano puntate contro di noi. Avevamo paura. Pensavamo che sarebbe accaduto di noi quello che era accaduto pochi mesi prima a Cervarolo.
Il colonnello tedesco voleva sapere quanti erano i “banditen” e dove erano nascosti. Per colmo di sfortuna, nessuno di noi sapeva il tedesco e l’interprete stesso lo capiva molto male.
Così ci era quanto mai difficile spiegarci e farci capire dall’ufficiale tedesco che, evidentemente, si innervosiva sempre di più.
Trascorremmo diverse ore in questa situazione di angoscia.
I tedeschi lasciavano che le donne si avvicinassero per portare un po’ di viveri, per ricevere effetti personali (orologi, anelli), per ascoltare il testamento dei loro cari, per ricevere un ultimo abbraccio dai mariti, dai figli, dai genitori. La certezza di essere fucilati da un momento all’altro era totale.
La mia presenza di prete era di non poca consolazione. Dissi che tutti quelli che desideravano l’assoluzione si inginocchiassero e, chiedendo pietà per me e per loro, invocando un’ultima preghiera per noi tutti e per i nostri cari, impartii a tutti l’assoluzione generale.
Nessuno restò in piedi.
Fu lì che avvenne quel fatto che provocò l’eccidio dei sei minozzesi, tra cui il fratello di don Milani. Un ragazzo minorato – mi pare fosse di Razzolo o di Tizzola, ma io non ho visto perché ero in un altro angolo del piazzale, aiutando alcuni uomini a fare testamento – si avvicinò a un tedesco che se ne stava seduto con il fucile tra le braccia, intento ad arrotolarsi una sigaretta. Sembra, così mi è stato raccontato, che abbia fatto il gesto di prendergli il fucile.
Non c’è voluto altro. Lo hanno ammazzato all’istante.
Poi sono cominciati i preparativi per la decimazione per rappresaglia, appellandosi anche al fatto – così dicevano i tedeschi – che il giorno prima, a Minozzo, i partigiani avevano sparato su di loro. In realtà a Minozzo non c’era più neanche un partigiano, specialmente di quelli di pianura. Qualcuno dei nostri, pratico dei posti, poteva esserci, ma senza alcuna possibilità di azione.
Un capitano tedesco comincia la scelta delle vittime. Il primo è Domenico, fratello di monsignor Francesco Milani. Tra gli altri quattro, due erano di Maro. Uno di loro, vedendosi chiamato, apre le mani al tedesco e gli fa vedere le ferite che si era fatto lavorando in Germania.
Non serve a niente.
I cinque uomini vengono condotti fuori del piazzale e allineati contro il muro dei cimitero
e fucilati dinnanzi ai nostri occhi. Ricordo benissimo che uno di loro si è buttato a terra un
attimo prima della scarica, restando indenne, ma è stato poi ucciso a freddo dal colpo di grazia
tirato in testa a ciascuno di loro.
A fatto compiuto, mentre qualcuno leggeva i nomi delle vittime, un soldato tedesco, sentendo il nome «Milani», sgranò tanto d’occhi: «Milani? Milani?! – esclamò – ma io avere promesso di non fare nessun male a Milani…». Doveva trattarsi di un bravo ragazzo che aveva ricevuto qualche gesto di umana bontà dalla famiglia Milani. E, ora, si mostrava davvero sgomento.
Terminata la fucilazione, siamo stati chiusi in una stanza. C’era una certa possibilità di scappare, le finestre erano basse e il buio ci avrebbe aiutato. Ma l’ufficiale tedesco, prima di chiudere la porta, ci ha contati e minacciati: «Se domani mattina mancare uno, dieci kaputt».
Ci siamo guardati in faccia dicendoci: «Se tentiamo di scappare, ci facciamo del male tra di noi. Restiamo e speriamo in Dio». Così, quando il mattino dopo l’ufficiale ci ha ricontati, c’eravamo tutti.
Al mattino presto partono i camion col bestiame del paese, con formaggio, masserizie, insomma con tutto ciò che i tedeschi erano riusciti a rubare. Alcuni tedeschi volevano che anch’io salissi su un camion per non fare il viaggio a piedi: «Pastore, tu comodo su camion».
Ma io ho detto: «No, pastore va a piedi con suoi uomini».
Incolonnati per quattro siamo stati avviati, a piedi, verso Villa e Gatta.Don Giuseppe Bertucci, testimone dell’eccidio