Nelle ultime settimane si sono verificati episodi di violenza che hanno riportato sul piano del dibattito pubblico il tema dell’offerta educativa per i giovani e il tema della povertà educativa.
La povertà educativa, a differenza degli episodi, imprevedibili nelle tempistiche, non è un fenomeno sporadico e richiede di capire se i servizi in essere sono funzionali o meno a ridurla. Non è una valutazione facile ma la domanda ce la si pone? E soprattutto come si cerca la risposta?
Nella presentazione del macro progetto ‘Change’ si evidenziano le diverse progettualità che lo compongono, gli investimenti economici, i numeri di ore e personale impiegato.
‘Le nuove complessità socio-educative, accresciute dai risvolti sociali della pandemia, richiedono una risposta adeguata, propria di una città in cui la cura sociale ed educativa è da decenni punto di riferimento nazionale e non di rado internazionale’ (cit. da presentazione Change).
Il messaggio è chiaro: “il Comune di Reggio Emilia è pronto a intervenire”.
Trattandosi di progetti già esistenti ci siamo posti alcune domande. Quali sono stati i cambiamenti previsti che ne potrebbero determinare una ricaduta educativa più efficace? Quali sono gli effettivi tempi di durata dei progetti? Quali professionalità vengono richieste? Gli operatori di tutti i progetti elencati si confrontano, si coordinano? esiste una reale rete tra operatori dell’educazione? Qual è il posto dei ‘giovani’ in questa rete? Quali opportunità e/o servizi rimangono in essere d’estate?
Quello che non emerge e su cui vorremmo porre l’attenzione della cittadinanza è che questi progetti vengono erogati tramite bandi, strumenti che alimentano professionalità precarie e a tempo determinato, che dovrebbero affrontare problemi complessi che necessitano di processi lunghi.
Come educatrici ed educatori del collettivo Eduki continuiamo a sostenere che la qualità delle politiche educative non può prescindere dalla qualità del personale e da come viene organizzato il lavoro. I bandi sono strumenti con cui è possibile garantire servizi a costi inferiori, attraverso risparmi che vengono scaricati direttamente sulle lavoratrici ed i lavoratori.
Nell’anno 2021 – 2022, il 30% (valore sottostimato) del personale educativo si è licenziato a causa delle condizioni di lavoro povero e precario, non dipendenti dallo stato emergenziale, ma dalla scelta politica della messa a bando dei servizi educativi.
Come collettivo di educatori ed educatrici della città chiediamo da anni di costruire insieme all’amministrazione Comunale, nello specifico con l’assessore Raffaella Curioni, un dialogo costruttivo per migliorare la qualità dei servizi e del lavoro. Speriamo quindi che il ‘Patto di comunità per un’alleanza educativa territoriale’ sia realmente inclusivo anche per le educatrici e gli educatori che ogni giorno quel patto lo andranno a implementare.
In coerenza con quanto sostenuto finora chiediamo al sindaco, che dichiara di voler portare come delegato Anci per il Welfare all’Associazione nazionale dei Comuni questo progetto innovativo, di portare anche la proposta di stralcio dell’art. 6 del Ddl Concorrenza che prevede la privatizzazione dei servizi pubblici, quindi di tutti i servizi educativi e anche di quelli che sono vanto della nostra città e “punto di riferimento nazionale e non di rado internazionale”. Questi servizi diventeranno privati, rientreranno nel meccanismo dei bandi e diventeranno servizi di ‘numeri ed economia’ ma non di qualità. Chiediamo quindi alla politica se in una città che parla di educazione come competenza strategica è possibile immaginare di superare il meccanismo di gestione dei servizi tramite bandi?
Davide Davoli, Collettivo Eduki (collettivo di educatrici ed educatori di Reggio Emilia)

