Sabato 23 ottobre, alle ore 17, Piazza Prampolini sarà teatro del presidio/flashmob “Visibile-Invisibile” organizzato da Non Una Di Meno per sensibilizzare la popolazione cittadina e dar voce ai milioni di donne e persone assegnate femmine alla nascita (AFAB) che, il più delle volte in assoluta solitudine, sopportano il peso delle cosiddette malattie “invisibili”.
Si tratta di una prima forma di manifestazione pubblica, indetta dalla rete di movimento Non Una Di Meno in decine di piazze italiane, per protestare contro l’invisibilità istituzionale di alcune malattie che colpiscono in prevalenza le donne: vulvodinia, neuropatia del pudendo, fibromialgia, endometriosi e dolore pelvico.
Malattie diverse, così diffuse da poter essere definite malattie sociali, accomunate da un estremo ritardo diagnostico – in media 5 anni per la vulvodinia e la fibromialgia e 7 anni per l’endometriosi – dovuto alle gravi carenze di formazione del personale medico e agli scarsi finanziamenti alla ricerca, oltre che a un sistema sanitario che sottovaluta sistematicamente il dolore delle donne e delle persone AFAB e sminuisce i sintomi dichiarati, ritenendoli unicamente di natura psichica. Anche quando diagnosticate, se pur con difficoltà, l’ostacolo è il Servizio Sanitario Nazionale che non riconosce queste patologie, negando esenzioni e invalidità.
Questa piazza sarà anche l’occasione per cominciare ad affrontare in generale, insieme alla comunità cittadina, il problema della salute e della sessualità delle donne e delle persone lgbtqia+, sistematicamente vessate da forme di discriminazione, e incuria – intesa come mancanza di “cura” – che si verificano anche nella nostra regione e provincia, e non sono più tollerabili. Non è un caso che a non essere riconosciuto e a subire un altissimo ritardo diagnostico sia proprio il dolore che colpisce per la maggior parte donne e persone con vulva e vagina: ciò deriva da una cultura che sopprime la nostra sessualità e la conoscenza del nostro corpo, che considera la ginecologia solo a scopo riproduttivo e che ancora ci accusa di problemi psicologici per ogni nostro dolore. Retaggio culturale di una tradizione medica patriarcale che ci ha definite “isteriche” e “pazze” nel corso dell’Ottocento e poi “frigide” nel Novecento, compromettendo il nostro diritto alla salute fisica e psicologica e il nostro diritto alle cure.
È giunto il momento di esigere il riconoscimento di queste patologie e la costruzione di nuove tutele per chi ne soffre, una modifica profonda delle strutture culturali e socio-politiche che ancora ci opprimono, che incidono sulle nostre possibilità di autodeterminazione, che costruiscono le rigide norme alla base delle relazioni sessuali ed affettive e che ci fanno sentire erroneamente “sbagliatə”.
Il problema è complesso, è medico, sociale e politico. Per questo rivendichiamo diritti e tutele su diversi fronti, sostegno economico e cure integrate e aggiornate, per uscire dall’invisibilità e dall’isolamento e prenderci finalmente cura di noi.
Non Una Di Meno Reggio Emilia

