Referendum eutanasia, Rigon (FdI): “CIGL e comitato promotore confondono le acque per riassaporare il dolce miele del consenso, sulla pelle dei più fragili”

Roberta Rigon

“Parole inaccettabili quelle del segretario locale della CIGL sul tema dell’eutanasia. Superficiali e fuorvianti!
Da quand’è che la CIGL è stata insignita del ruolo di censore?
Impartisce la sua lezioncina morale su cosa si possa o non si possa dire e pensare e giudica senza appello! Non è che con la stessa enfasi sarebbe opportuno occuparsi di sicurezza negli ambienti di lavoro, inserimento lavorativo dei disabili o della quarantena da Covid che non viene riconosciuta come malattia? Questo sì che sarebbe utile!

Sarebbe anche opportuno che Sesena tenesse a mente che libertà di opinione e di espressione esistono per lui come per qualsiasi altro cittadino italiano, credente o non credente! Proprio perché siamo in uno Stato laico che non è, però, uno Stato privo di un passato, di storia, cultura e valori!

Definiteci pure medievali ma non sempre medievale è un riferimento negativo, basta pensare alle cattedrali, alle abbazie, alla nascita dei comuni e delle università, a Dante, Petrarca, Boccaccio, San Francesco e San Benedetto. Pensi, Sesena, se San Francesco e San Benedetto non si fossero occupati dell’umanità? Quanto avremmo perso!

Come spesso accade quando si cerca il consenso su temi tanto delicati quanto complessi, la strategia preferita è quella di creare confusione e mescolare verità e fantasia.

Con questo referendum abrogativo, infatti, si andrebbe a eliminare e depenalizzare il reato dell’omicidio del consenziente. Non stiamo parlando di una norma di dettaglio, sulla quale sarebbe comunque necessario il confronto in Parlamento, sul testamento biologico, sulle cure palliative o su certi casi molto particolari di accanimento terapeutico. Non c’è l’introduzione di quelle tutele indispensabili affinché il consenziente non sia “indotto al consenso” in un momento di sconforto o confusione. No, con questo referendum tutto questo non ci sarebbe!

Come si raccoglierebbe il consenso? Quali garanzie di tutela della volontà del soggetto esistono? Che ruolo avrebbero i curatori? E in una Reggio che avrebbe introdotto il Progetto di Vita, quale ruolo avrebbero i garanti dell’attuazione?

Non sarebbe forse più opportuno far fronte comune nel sostenere i medici che si occupano di cure palliative? Vogliamo mettere nelle loro mani strumenti e mezzi adeguati a svolgere degnamente ed efficacemente il loro lavoro? Vogliamo investire in cure palliative e terapia del dolore? … o preferiamo tagliare spesa sanitaria favorendo l’eliminazione di persone fragili? In questo sì che saremmo paragonabili al nazismo!

Quella della legalizzazione dell’eutanasia è una strada pericolosa che una volta intrapresa innesca inesorabilmente un effetto valanga la cui deriva risulta incontrollabile, come avvenuto in altri paesi europei dove, oggi, è già possibile ottenere l’eutanasia per problemi psichici o per minori la cui vita è giudicata indegna. Ma chi decide se una vita è degna o non degna di essere vissuta?

Non sono, quindi, toni apocalittici o sfiducia nel genere umano, bensì lettura della realtà e della storia recente!

Anziché perseguire la “dolce morte”, deresponsabilizzando la società intera, dovremmo investire risorse ed energie nel sostenere le famiglie, non solo economicamente, ma con strumenti che realmente permettano la cura, senza perdita del posto di lavoro e con supporto socio-assistenziale e infermieristico domiciliare. Veri, però, e anche burocraticamente semplificati! Questi sono diritti civili che dovremmo perseguire!

Servono investimenti pubblici importanti, serve una svolta culturale! Sono scelte e, secondo noi, essere per la vita, sempre, significa tradurre proclami in progetti e investimenti economici.

Roberta Rigon, Resp. Dip. Pari opportunità, Famiglia e Valori non negoziabili FDI Emilia Romagna