“Don Guglielmi sapeva condividere e coinvolgere”. Il ricordo del Vescovo Daniele Gianotti

Don Luigi Guglielmi non era un “eroe solitario e isolato”: così il reggiano mons. Daniele Gianotti, vescovo di Crema, lo ha definito nell’omelia delle Messa che la sera di lunedì 10 maggio in Cattedrale è stata presieduta dal vescovo Massimo Camisasca nel giorno anniversario del venticinquesimo della improvvisa morte di “don Gigi” come tanti lo chiamavamo.

E ha continuato: “Ricordiamo con riconoscenza, e ringraziamo Dio per la testimo­nianza e la “paraklesis”, l’esortazione e l’invito franchi e coraggiosi”, che ha lasciato con la sua vita e le sue parole.

“Don Gigi sapeva condividere e coinvolgere: molti di noi che sono qui, questa sera, lo hanno sperimentato di persona. Dio ci aiuti a sentirci parte di questo «noi», di una Chiesa pienamente in comunione perché piena­mente configurata al Cristo morto e risorto, povero tra i poveri, pietra scartata dagli uomini ma scelta da Dio, comunità di povera gente, che sperimenta l’efficacia salvifica del Vangelo e non si propone altro che te­stimoniarlo nell’amore donato fino alla pienezza”.

Qual è stata, e qual è ancora, la “paraklesis” – cioè l’azione di consolazione, incorag­giamento, esortazione, invito, preghiera esercitata da don Gigi nei confronti della Chiesa reggiano-guastallese? In che modo è stato anche lui, per noi, strumento dello Spirito Paraclito, che consola, esorta, ammonisce, inco­raggia e anche, a volte, rimprovera e sferza?

Il vescovo Daniele ha ricordato le parole scritte da don Gigi in ospedale dieci giorni dopo essere stato ferito in Albania e aver sfiorato la morte: “Davanti al Cristo crocefisso che in tutte le chiese del mondo si adora oggi, venerdì santo 1993, a pochi giorni dai fatti che ci sono accaduti in Albania, mi inginocchio per accogliere la vo­lontà del Padre. Si­gnore, ti debbo dire a denti stretti che ho voglia di continuare a salire su quella croce, che non mi fa più paura come in altri tempi”. E il giorno dopo, sabato santo, aggiungeva: “La tua croce sarà so­prattutto salvezza, ma non ho paura, perché ho provato quanto sei tenero, Padre di mille misericordie”.

Mons. Gianotti ha poi evidenziato che in questo riferimento alla missione di Cristo – che passa dalla lavanda dei piedi, sale sulla croce e attende la Pasqua – sta la ra­gione di tutto ciò che don Gigi ha fatto, promuovendo soprattutto la mu­sica e il canto liturgici, “perché la liturgia ci facesse davvero tornare a Cristo, per uscire poi con lui verso i fratelli. Don Gigi aveva sicuramente il gusto del bello, delle cose belle, anche per le nostre celebrazioni: ma, certo, tutto questo aveva senso per lui solo a patto che la liturgia, in particolare la Messa, celebrata con verità, con dignità, con bellezza, ci spingesse poi verso il Cristo presente special­mente nei poveri”.

Il vescovo Daniele ha quindi focalizzato di don Guglielmi, presidente della Caritas diocesana, l’esortazione pressante, accorata, persino addolorata, in certi momenti (mai, però, rabbiosa o rancorosa) in questa prospettiva: “la direzione di una Chiesa che, rinfrancata dall’incontro con il Signore nell’Eucari­stia, esce verso tutti, e in modo speciale verso gli ultimi, i dimenticati, i disprezzati; una Chiesa che i poveri non si limita ad aspettarli e ad acco­glierli, ma li va a cercare, e fa strada e casa con loro; non si limita ad as­sisterli, ma li riconosce come la presenza dello stesso Signore Gesù, che ci interpella e sollecita.

Ciò che più addolorava don Gigi, mi sembra, erano le chiusure, la pre­occupazione per il proprio orticello, la navigazione, per così dire, di pic­colo cabotaggio. Desiderava cose evangelicamente grandi, e ci teneva che anche gli altri si aprissero a desideri simili: che fossero gli obiettori di coscienza, in quegli anni ancora numerosi alla Caritas, i giovani delle sue parrocchie, gli animatori della liturgia, i volontari, ma anche i con­fratelli preti, i vescovi”.

Don Luigi Guglielmi

Quindi una Chiesa incapace di aprirsi anche ai grandi drammi della storia, di stare sulle sue «fratture», come appunto in Albania, o in Rwanda, ma an­che qui, a Reggio Emilia, era per lui una Chiesa senza respiro, “priva ap­punto di quel Soffio del Paraclito che dilata gli orizzonti, che non accet­ta, sia nelle scelte personali, sia in quelle di Chiesa, nella pastorale, il «basso profilo» nel quale tante volte ci fa comodo rifugiarci”.

Mons. Gianotti, non sottacendo anche le amarezze che hanno segnato la breve esistenza di don Gigi, ha affermato: “L’esortazione, che a venticinque anni dalla sua mor­te vogliamo raccogliere da lui, deve comprendere anche quella dimensio­ne di amarezza, di protesta, di rimprovero, persino, per questa sua e nostra Chiesa, che non riusciva o non voleva vedere ciò che ai suoi occhi era chiarissimo: e cioè che solo una Chiesa veramente attaccata al suo Signore, una Chiesa umile, povera, e però non remissiva, non chiusa in se stessa, una Chiesa capace di stare sulle frontiere che più rendono evidente la novità del Vangelo; solo una Chiesa così è riflesso autenti­co di Gesù Cristo, può celebrare con verità l’Eucaristia, può essere libera davanti al mondo e fare proposte significative, specialmente ai suoi gio­vani”.

Giuseppe Adriano Rossi
(Foto di Fabio Zani)

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